L’Egitto mette fine all’assedio di Gaza. Gaza è libera | mazzetta
Il ministro degli esteri egiziano ha annunciato che l’Egitto metterà fine all’assedio di Gaza aprendo, entro una decina di giorni, il valico di Rafah a merci e…
Aprile 2011
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di Matteo Antonin
«Si sa che un razzista, salvo rari casi di entusiastica spudoratezza, non si considera mai tale. Ritiene invece di avere prove che c’è gente stupida, indolente,…
Gridano al poeta: “Davanti a un tornio ti vorremmo vedere! Cosa sono i versi? Parole inutili! Certo che per lavorare fai il sordo”. A noi, forse, il lavoro più d’ogni altra occupazione sta a cuore. Sono anch’io una fabbrica. E se mi mancano le ciminiere, forse, senza di esse, ci vuole ancor più coraggio. Lo so: voi non amate le frasi oziose. Quando tagliate del legno, è per farne dei ciocchi. E noi, non siamo forse degli ebanisti? Il legno delle teste dure noi intagliamo. Certo, la pesca è cosa rispettabile. Tirare le reti, e nelle reti storioni, forse! Ma il lavoro del poeta non è da meno: è pesca d’uomini, non di pesci. Fatica enorme è bruciare agli altiforni, temprare i metalli sibilanti. Ma chi oserà chiamarci pigri? Noi limiamo i cervelli con la nostra lingua affilata. Chi è superiore: il poeta o il tecnico che porta gli uomini a vantaggi pratici? Sono uguali. I cuori sono anche motori. L’anima è un’abile forza motrice. Siamo uguali. Compagni d’una massa operaia. Proletari di corpo e di spirito. Soltanto uniti abbelliremo l’universo, l’avvieremo a tempo di marcia. Contro la marea di parole innalziamo una diga. All’opera! Al lavoro nuovo e vivo! E gli oziosi oratori, al mulino!Ai mugnai! Che l’acqua dei loro discorsi faccia girare le macine.
di Michele Barbaro
Questa rubrica mensile intende discutere volta per volta la vita e le azioni di personaggi poco edificanti. Persone che suscitano o hanno suscitato scandalo, polemica,…
Dovremmo provare ad approfondire sul serio come si fa una ricomposizione di soggettività multiple (dai migranti agli “operai della conoscenza”, per esempio), come ci si rappresenta o autorappresenta, se dentro una rete o attraverso altre forme. È il momento di interrogarci su come autonomia e capacità egemonica lavorano sincronicamente, senza che ci si limiti a curare gelosamente il giardino di casa propria, ma piuttosto avendo una visione generale della società. La sinergia è stringente e necessaria, anche se non abbiamo ancora idea di come sviluppare insieme dinamiche di forza efficaci. Se possiamo dichiarare ampiamente superato il concetto di “soggetto unitario”, subordinato alla vituperata “cinghia di trasmissione” di questo o quel partito, resta ancora da capire in che modo si metta in moto la trasformazione del nostro paese. Carlo Formenti nel 2008 scriveva che esiste una simmetria tra l’ «l’impotenza del politico a rappresentare il sociale, (ma anche del sociale a rappresentarsi nel politico!)» ragione per cui ancora oggi «senza classi [non c’è] rappresentazione politica, ma senza rappresentazione politica non c’è rivoluzione (qualunque significato si voglia attribuire al termine)»*.
La mobilitazione nazionale del 9 aprile, “Il nostro tempo è adesso”, gli Stati Generali della Precarietà, il 1 maggio e la May Day, hanno in comune la volontà di ordinarsi, per necessità, nel paradigma della “condizione precaria”. Anche il 6 maggio, lo sciopero generale, deve essere il momento in cui una condizione d’esistenza generale diventa sapere collettivo: diremo che davanti a questo sistema di governance economico, politico e finanziario siamo tutte/i precari. Lo sono i lavoratori con contratto atipici così come gli immigrati, i ricercatori, gli studenti, le partite Iva; gli intermittenti dello spettacolo e quelli in cassa integrazione; gli stagisti, i disoccupati e gli inoccupati, così come gli operai di Mirafiori e Pomigliano. Ma davanti ad un Stato che ha rassegnato le dimissioni dal compito di tutelare i beni comuni (e in primis il lavoro, come recita l’articolo 1), tutte/i cittadine/i vivono in una democrazia precaria. È quindi proprio nella condizione di vita precaria che si deve fondare una visione del mondo, quindi una politica.
La fertilità di questa categoria è data dal fatto che essa ci mostra come la significazione (e la comunicazione), per mezzo di spostamenti continui, che riferiscono un segno ad altri segni o ad altre catene di segni, circoscrivano le unità culturali in modo asintotico, senza mai arrivare a “toccarle” direttamente ma rendendole di fatto accessibili attraverso altre unità culturali. Così una unità culturale non chiede mai di essere rimpiazzata da qualcosa che non sia una entità semiotica, senza peraltro richiedere di essere risolta in una entità platonica né in una realtà fisica. La semiosi si spiega da sola” —Umberto Eco, Trattato di semiotica generale